mercoledì 2 dicembre 2009

Comune di Lodi: Inaugurazione della nuova sala ‘Carlo Rivolta’ al teatro alle Vigne

Inaugurazione della nuova sala ‘Carlo Rivolta’ al teatro alle Vigne
Il Sindaco: “Un doveroso e grato riconoscimento della città alla figura del grande attore”

È stato inaugurato venerdì 13 novembre alle ore 18.00 presso il Teatro alle Vigne, in via Cavour a Lodi, il nuovo spazio ex ‘Ridotto’ alle Vigne ed ora intitolato al grande attore e regista lodigiano Carlo Rivolta, scomparso lo scorso anno.
La “seconda sala”, nata dalla riqualificazione dell’ex Ridotto del Teatro, sarà valorizzata non solo come spazio teatrale, ma anche nelle sue potenzialità multifunzionali come sede di esposizioni artistiche e proiezioni cinematografiche, nonché sala conferenze e convegni.
Nel corso della cerimonia sono intervenuti il sindaco Lorenzo Guerini, l’assessore alla cultura Andrea Ferrari, il noto biblista ed amico di Carlo Rivolta don Roberto Vignolo e Nuvola de Capua, vedova del regista.
La serata è proseguita con la lettura di alcuni brani poetici interpretati da Wanda Bruttomesso e con la proiezione di un video dal titolo “Il teatro come emozione”, realizzato da Alberto Prina e Gigi Mazzucchi. Ha chiuso la cerimonia di inaugurazione l’intervento musicale a cura dell’Accademia “F. Gaffurio” di Lodi.

Puoi guardare i video dell'inaugurazione sul canale YouTube del Comune

http://www.facebook.com/note.php?note_id=181293902126
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Il Jazz Vocale al maschile: Jimmy Rushing (1901-1972), Louis Armstrong (1901-1971), Bill Henderson (1930), Frank Sinatra (1915-1998), Bob Dorough (1923), Billy Eckstine (1914-1993), Matt Dennis (1914-2002), Tony Bennett (1926), Ernie Andrews (1927), Lou Raws (1935-2006) | GEROVI-JAZZ

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Il NonEssere tra Parmenide e Platone di Carlo Vespa

Sulle orme di Parmenide

Nel frammento 2 Parmenide indica  due vie di ricerca come le “sole pensabili” [2]. La prima ha per oggetto l’essere, o meglio ancora cio’ che è, la verità; la seconda il non essere, “ ciò che non è e non è possibile che non sia”, illustrata come un “ sentiero del tutto inindagabile”[3] in quanto “ il non essere né lo puoi pensare (non è infatti pensabile), né lo puoi esprimere perché “ il pensare implica l’esistere[del pensato]”[4], e ciò che non è , non esistendo, non vi può rientrare.
Un rovescio della medaglia che Emanuele Severino con solenne lucidità così illustra: “Parmenide, negando il divenire dell’essere, non solo ha evocato per la prima volta il senso dell’eternità dell’essere, ma ha evocato anche il suo avversario. L’avversario autentico del pensiero di Parmenide si presenta  cioè per la prima volta , in modo esplicito, all’interno di questo stesso pensiero.”[5] Come dire che solo con la rivelazione di Dio, si palesa al contempo la presenza del demonio.

Il NonEssere tra Parmenide e Platone di Carlo Vespa
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TESTI - i brani pubblicate nel sito, estratti da opere

TESTI - i brani pubblicate nel sito, estratti da opere


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martedì 1 dicembre 2009

MASSIMO CAMPANINI, Ideologia e politica nell'Islam, Il Mulino

Il mondo islamico vive oggi una profonda crisi delle istituzioni politiche e appare refrattario alla trasformazione democratica. Ciò può essere in parte attribuito ad alcune caratteristiche del pensiero politico islamico classico. Realizzatosi storicamente sin dall'epoca di Maometto a Medina, il modello di stato islamico nei secoli successivi è stato oggetto di una riflessione teorico-politica che ha finito per porsi in un rapporto fortemente dialettico con l'esperienza storica concreta. Si è prodotta così una distorsione costante nel lavoro politico, che invece di progettare il futuro ha preferito ripiegarsi sul passato

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Mario Porro, Letteratura come filosofia naturale, Medusa, pp. 226. Recensione di Marco Belpoliti, Letteratura come filosofia naturale, La Stampa 21 novembre 2009

Il libro di Porro è importante perché non riduce e non semplifica, e ci fa leggere il percorso epistemico di Calvino, dal marxismo iniziale allo strutturalismo e alla filosofia della percezione del signor Palomar; perché ci spiega come il giovane chimico torinese Primo Levi sia stato un etologo del Lager, o ancora come e perché Gadda sia attanagliato dal demone dell’Enciclopedia. Inoltre, lega tutto questo a un orizzonte filosofico e politico che è ancora attualissimo, e di nuovo lo sarà tra qualche tempo, quando “il ritorno al reale” sarà inevitabile dopo gli anni dell’intrattenimento generalizzato e della cultura dello spettacolo. A partire dall’inizio degli anni Ottanta, Mario Porro ha compiuto con infinita pazienza e grande umiltà un lavoro di ricucitura del rapporto tra scienze umane e scienze esatte, attraverso recensioni, traduzioni, saggi, in gran parte dispersi su quotidiani, atti di convegni, riviste, un lavoro di Sisifo che converge verso un punto ben enucleato nel libro: la letteratura come forza conoscitiva e tentativo inesauribile di mettere ordine al caos del mondo. Gadda, Calvino e Levi, autori del secolo scorso, si trovano già al di là del paradigma storicista e sono portatori di una indispensabile lettura post-umanista del mondo. Lo sguardo naturalistico, la vocazione cosmologica, il nomadismo intellettuale, la mappa dello scibile, l’intersezione dei saperi, sono tutte peculiarità che i tre filosofi naturali, nonché grandi scrittori, possiedono, sebbene in modo differenti, e a volte persino antitetici.
Letteratura come filosofia naturale – Nazione Indiana
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Cadavrexquis, Vattimo o del pensiero debolissimo

.... non posso fare a meno di notare l'idiozia dell'argomentazione di Vattimo. Dunque se la Svizzera è antimoderna e quindi retriva e reazionaria - quando sappiamo che è uno degli stati più laici d'Europa -, l'islam sarebbe l'avanguardia della modernità? Una religione che non è soltanto religione ma che è anche e soprattutto politica, perché non conosce separazione (né perfetta né imperfetta) tra stato e religione, è dunque più moderna di uno stato come la Svizzera? Andiamo bene, se questi sono gli argomenti degli intellettuali "laici" (e, in questo caso, pure comunisti) del nostro paese. Vattimo dimentica che lui, in Svizzera, ci vivrebbe benissimo: potrebbe anche sposarcisi. In uno qualsiasi degli stati islamici potrebbe invece solo scegliere se nascondersi, finire in carcere o farsi condannare a morte. Vattimo aggiunge che "ci dovrebbe essere la piena libertà di costruirle, le moschee" - dimenticando o fingendo di dimenticare che il referendum svizzero non ha vietato la costruzione delle moschee né imposto la chiusura di quelle già esistenti - e poco importa che magari proprio da quelle moschee poi qualche imam potrebbe tranquillamente e impunemente predicare l'impiccagione di Vattimo (e di quelli come me, sia detto per inciso). Se non si possono "offendere" i musulmani, perché ci conviene tenerceli buoni se vogliamo avere salva la pellaccia, è però invece assolutamente lecito tirare palate di merda sugli svizzeri: operazione con cui non si rischia nulla, del resto. Infatti non ho mai letto di svizzeri che per un eccesso di suscettibilità si fanno saltare per aria in mezzo a folle di civili inermi o che, davanti alle ambasciate di qualche paese estero, minacciano di sgozzare gli infedeli. Devo dire che mi affascinano sempre le capriole mentali con cui le potenziali vittime corrono in soccorso dei loro carnefici. E di questo Vattimo è un esperto e i suoi "amici" se li sceglie bene: basta che siano dittatori o antidemocratici e lui se li stringe amorevolmente al petto, se sono democratici e noiosi li schifa.

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Cadavrexquis, Vattimo o del pensiero debolissimo

.... non posso fare a meno di notare l'idiozia dell'argomentazione di Vattimo. Dunque se la Svizzera è antimoderna e quindi retriva e reazionaria - quando sappiamo che è uno degli stati più laici d'Europa -, l'islam sarebbe l'avanguardia della modernità? Una religione che non è soltanto religione ma che è anche e soprattutto politica, perché non conosce separazione (né perfetta né imperfetta) tra stato e religione, è dunque più moderna di uno stato come la Svizzera? Andiamo bene, se questi sono gli argomenti degli intellettuali "laici" (e, in questo caso, pure comunisti) del nostro paese. Vattimo dimentica che lui, in Svizzera, ci vivrebbe benissimo: potrebbe anche sposarcisi. In uno qualsiasi degli stati islamici potrebbe invece solo scegliere se nascondersi, finire in carcere o farsi condannare a morte. Vattimo aggiunge che "ci dovrebbe essere la piena libertà di costruirle, le moschee" - dimenticando o fingendo di dimenticare che il referendum svizzero non ha vietato la costruzione delle moschee né imposto la chiusura di quelle già esistenti - e poco importa che magari proprio da quelle moschee poi qualche imam potrebbe tranquillamente e impunemente predicare l'impiccagione di Vattimo (e di quelli come me, sia detto per inciso). Se non si possono "offendere" i musulmani, perché ci conviene tenerceli buoni se vogliamo avere salva la pellaccia, è però invece assolutamente lecito tirare palate di merda sugli svizzeri: operazione con cui non si rischia nulla, del resto. Infatti non ho mai letto di svizzeri che per un eccesso di suscettibilità si fanno saltare per aria in mezzo a folle di civili inermi o che, davanti alle ambasciate di qualche paese estero, minacciano di sgozzare gli infedeli. Devo dire che mi affascinano sempre le capriole mentali con cui le potenziali vittime corrono in soccorso dei loro carnefici. E di questo Vattimo è un esperto e i suoi "amici" se li sceglie bene: basta che siano dittatori o antidemocratici e lui se li stringe amorevolmente al petto, se sono democratici e noiosi li schifa.

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Ugo Volli, quella gran sberla che i cittadini svizzeri hanno dato a Eurabia col referendum sui minareti delle moschee

.... Sto parlando naturalmente di quella gran sberla che i cittadini svizzeri hanno dato a Eurabia col referendum sui minareti delle moschee. Col 57 per cento dei voti e la maggioranza in tutti i cantoni salvo quattro, gli svizzeri hanno approvato un emendamento costituzionale che proibisce la costruzione di minareti alle moschee svizzere. Non fatevi ingannare dalla scarsa rilevanza pratica dell'argomento. ...contro il "dettaglio" dei minareti si era mobilitato uno schieramento formidabile: tutti i partiti politici, salvo i promotori dell'Udc-Svp, tutte le chiese, anche la comunità ebraica, il governo, il presidente della Svizzera. E gli elettori, infatti, sentendosi aggrediti, avevano mentito ai sondaggi, facendo credere che solo una minoranza del 30 per cento avrebbe votato a favore. E invece sono stati il doppio.Tutti razzisti? Tutti fascisti? No, è improbabile, sono pacifici svizzeri, affezionati a orologi, mucche pezzate e fonduta – e democrazia; o se volete svizzeri vecchia maniera orgogliosi della loro autonomia e abituati a difenderla con le buone o con le cattive dai tempi di Guglielmo Tell. Comunque gente che non vuole l'islamismo politico in casa: non una religione come tante, ma un sistema di dominio collaudato da quattordici secoli, che ora sembra avere i numeri, la forza e la complicità per sovrastare il vecchio nemico dell'altra sponda del Mediterraneo.
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Giacomo Biffi, L’Europa o sarà cristiana o sarà musulmana

Argomenti a favore degli abitanti ed elettori svizzeri:

Gli islamici – nella stragrande maggioranza e con qualche eccezione – vengono da noi risoluti a restare estranei alla nostra “umanità”, individuale e associata, in ciò che ha di più essenziale, di più prezioso, di più “laicamente” irrinunciabile: più o meno dichiaratamente, essi vengono a noi ben decisi a rimanere sostanzialmente “diversi”, in attesa di farci diventare tutti sostanzialmente come loro.

Hanno una forma di alimentazione diversa (e fin qui poco male), un diverso giorno festivo, un diritto di famiglia incompatibile col nostro, una concezione della donna lontanissima dalla nostra (fino a praticare la poligamia). Soprattutto hanno una visione rigorosamente integralista della vita pubblica, sicché la perfetta immedesimazione tra religione e politica fa parte della loro fede indubitabile e irrinunciabile, anche se aspettano prudentemente a farla valere di diventare preponderanti. Non sono dunque gli uomini di Chiesa, ma gli stati occidentali moderni a dover far bene i loro conti a questo riguardo.

Va anzi detto qualcosa di più: se il nostro Stato crede sul serio nell’importanza delle libertà civili (tra cui quella religiosa) e nei princìpi democratici, dovrebbe adoperarsi perché essi siano sempre più diffusi, accolti e praticati a tutte le latitudini. Un piccolo strumento per raggiungere questo scopo è quello della richiesta che venga data una “reciprocità” non puramente verbale da parte degli stati di origine degli immigrati.

Giacomo Biffi, L’Europa o sarà cristiana o sarà musulmana « Politica dei servizi sociali: ricerche in rete
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lunedì 30 novembre 2009

PIERO BIANUCCI, Così i neuroni del cervello decifrano le lettere dell’alfabeto, LA STAMPA

PIERO BIANUCCI PER LA STAMPA

Grazie perché state leggendo questo articolo. Il lavoro che affrontate è impegnativo. I vostri occhi esplorano il testo con rapidi movimenti a zig-zag in apparenza casuali. Quattro o cinque volte al secondo lo sguardo si ferma su una parola. A gran velocità la scompone in parti significative – eventuale prefisso, fonemi centrali, desinenza – poi il cervello la ricompone e interpreta. Come e perché riusciamo a compiere con facilità operazioni così complesse è il tema che Stanislas Dehaene, psicologo cognitivo sperimentale al Collège de France, affronta nel saggio I neuroni della lettura, con l’autorevole viatico di Jean-Pierre Changeux.

Scrittura e lettura sono forse ciò che distingue più nettamente l’uomo dagli altri animali perché richiedono funzioni incredibilmente raffinate. Eppure la scrittura nasce soltanto 5400 anni fa, l’alfabeto fonetico ha 3800 anni. Tempi brevissimi rispetto a quelli dell’evoluzione biologica. Non è sorprendente che stiate scorrendo queste righe?
Il segreto sta nella plasticità cerebrale, spiega Dehaene, una proprietà studiata da pochi decenni. Il bambino che impara a leggere adatta i neuroni per riconoscere i volti e ogni altra forma, a cogliere significati astratti in quelle forme artificiali che sono le lettere dell’alfabeto. In pratica, è una riconversione di funzioni cerebrali preesistenti e molto più generali. Questo però è solo l’inizio della storia.

Facciamo un esperimento. Pane, cielo, steca, voce, canto. Avete avvertito un lieve disagio leggendo la parola steca? Qualcosa come un inceppamento del pensiero? Il motivo è semplice. Steca non esiste, pur essendo una parola formata secondo un modello compatibile con la lingua italiana. Dunque si può già distinguere la lettura in due fasi: nella prima l’occhio legge la parola, nella seconda il risultato della lettura viene confrontato con un vocabolario noto, nascosto da qualche parte del cervello. Se la parola non si trova nel deposito, parte un meccanismo di verifica: rilettura, tentativo di interpretazione attraverso il contesto, associazione con parole simili caso mai si trattasse di un errore di stampa.

Andando più in profondità, come avviene la lettura di una singola parola? Dehaene usa come esempio la parola «sbottonare». Occhio e cervello ne colgono subito inizio e fine: la «s» perché dà un senso privativo (togliere) e «are» perché rivela che si tratta di un verbo. Poi l’attenzione si concentra sulle sillabe centrali e afferra la parola sommersa «bottone». Infine tutto viene ricomposto: stiamo leggendo un termine che indica l’azione di togliere la chiusura data da bottoni. Il processo ha una struttura ad albero che parte dall’intero e si ramifica fino a separare le singole lettere.

Zone specifiche del cervello sono chiamate in causa, inclusi i nervi motori della fonazione: anche da adulti e lettori consumati, è come se interiormente pronunciassimo le parole che leggiamo. Ci si imbatte qui in un dualismo fondamentale: «tutti i sistemi di scrittura oscillano tra la scrittura del significato e quella dei suoni», così si può imboccare la «via fonologica che decifra le lettere, ne deriva una pronuncia possibile e tenta di accedere al significato», oppure «una via diretta che prima recupera la parola e il significato, poi usa queste informazioni per recuperare la pronuncia».

Una grande sfida è scoprire a che cosa corrispondano questi processi nel cervello. Il primo lume si accese quando nell’ottobre 1887 il signor C., un commerciante di tessuti francese, si mise in poltrona per leggere il giornale e di colpo si accorse che per lui le lettere dell’alfabeto avevano perso ogni significato. Eppure riconosceva bene i visi e sapeva ancora scrivere, salvo poi non poter rileggere ciò che aveva scritto. Quando nel 1892 morì per un ictus peggiore di quello che aveva già subito, il neurologo Joseph-Jules Déjerine trovò nell’emisfero posteriore sinistro del suo cervello la lesione che gli impediva di leggere: fu la prima localizzazione di questa fondamentale funzione umana.

La risonanza magnetica funzionale, un moderno sistema diagnostico che mostra quali parti del cervello «si accendono» durante la sua attività, ha aggiunto molte informazioni sui meccanismi della lettura e Dehaene ce li racconta: il processo si svolge in tre strati cerebrali di 8 millimetri, in prevalenza nell’emisfero sinistro. Ma qui non possiamo entrare nei particolari, conviene saltare alle conclusioni.

La prima è che la dislessia, pur avendo radice in 4 geni, è oggi più facilmente curabile grazie alle conoscenze acquisite sui neuroni della lettura. La seconda è che sta nascendo una pedagogia della lettura basata sulle neuroscienze dell’apprendimento. Il «metodo globale», che invita i bambini a guardare alla parola nel suo insieme come se fosse un disegno, molto di moda negli Anni 50-60, è sconfessato perché il cervello non funziona «globalmente» ma analizza lo scritto suddividendolo in componenti fino alle singole lettere. Terza e ultima conclusione: più una lingua fa coincidere segni e suoni, più l’apprendimento è facile. È il caso dell’italiano e del tedesco. I nostri bambini dopo un anno di scuola leggono in modo sbagliato il 5 per cento delle parole, i francesi il 28 e gli inglesi il 67. Insomma: partiamo avvantaggiati. Peccato che poi molti da adulti smettano di leggere...
Così i neuroni del cervello decifrano le lettere dell’alfabeto

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in Svizzera non si potranno costru­ire minareti

in Svizzera non si potranno costru­ire minareti e la cosa è abbastanza
clamorosa perché fino a ieri tutti si dicevano sicuri che il referendum
sulla questione sarebbe stato boc­ciato. Si davano persino le
percen­tuali: 53% ai no (no al divieto, cioè), 47% ai sì. I sì hanno
invece raccolto il 57,5% dei voti,

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sabato 28 novembre 2009

Incontro dal titolo: "Anniversari 1989, fine di un secolo. Dal crollo del comunismo alla crisi della sinistra"


Incontro dal titolo: "Anniversari 1989, fine di un secolo. Dal crollo del comunismo alla crisi della sinistra"
Intervengono: Fabrizio Cicchitto, Biagio De Giovanni, Emanuele Macaluso, Piero Sansonetti.

DIBATTITO
- Evento organizzato da , ,

Incontro dal titolo: "Anniversari 1989, fine di un secolo. Dal crollo del comunismo alla crisi della sinistra"
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venerdì 27 novembre 2009

Keith Jarrett Gary Peacock Jack DeJohnette Standards I/II Tokyo 1985 and 1986


Keith Jarrett
Gary Peacock
Jack DeJohnette
Standards I/II
Tokyo 1985 and 1986

Keith Jarrett piano
Gary Peacock double-bass
Jack DeJohnette drums
 
DVD 1

I Wish I knew
If I Should Lose You
Late Lament
Rider
It’s Easy To Remember
So Tender
Prism
Stella By Starlight
God Bless The Child
Delaunay’s Dilemma

DVD 2

You Don’t Know What Love Is
With A Song In My Heart
When You Wish Upon a Star
All Of You
Blame It On My Youth
Love Letters
Georgia On My Mind
You And The Night And The Music
When I Fall In Love
On Green Dolphin Street
Woody’n You
Young And Foolish

Recorded live February 1985 and October 1986
ECM 5502_03

Order

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Keith Jarrett Tokyo Solo, 2002



Keith Jarrett
Tokyo Solo

Keith Jarrett piano
 
Applause
Part 1a
Part 1b
Part 1c
Part 2a
Part 2b
Part 2c
Part 2d
Part 2e
Danny Boy
Old Man River
Don’t Worry ‘Bout Me

DVD!

Recorded October 2002
ECM 5501
 
Background
Pressreactions

Order


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